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Il brigantaggio
Testi a cura del prof. Achille Laurenti  maggiori info autore
Le reazioni portarono la conseguenza del funesto brigantaggio, che si protrasse in questi luoghi, per ben sette anni. Da qui gli eccidi, le violazioni di domicilio, l'abbattimento di porte, i furti, le estorsioni, i danneggiamenti, le uccisioni di intere masserie di bestiame, le devastazioni di vigneti e le catture di signori, i quali venivano rilasciati solo mediante forti somme di riscatto.
Tipica fu la cattura subita in gioventù dalla buona memoria di Enrico Fulgenzi di Rocca di Botte, i cui genitori si videro giungere a mezzo di un messaggio, una parte del padiglione di un orecchio del proprio figlio, con ingiunzione che se, entro il perentorio terrnine di ventiquattro ore, non avessero fatto rimessa di una certa cospicua somma, il malcapitato sarebbe stato depezzato in modo che nessuna parte del Suo corpo avrebbe raggiunta quella dimensione. Di fronte a simile annuncio, nulla vi era da obiettare; la somma fu spedita e il povero Enrico, tornò fra i suoi, con la cennata mutilazione.
 
Francesco II, sempre anelante di aiuti dall'Estero, per riottenere il perduto trono, rifugiatosi con la sua Corte al palazzo Farnese a Roma, protesse e sovvenne, in tutti i modi, prima la reazione e poi il brigantaggio, rendendosi degno erede dell'infausta sua dinastia. Lo stesso borbone largheggiava in doni e danaro con i capi; e assegnava agli altri un salario giornaliero di venticinque baiocchi romani. Questo Re, per tenere in fermento gli antichi suoi sudditi e creare ostacoli al nuovo regime, non si peritava ricevere, con tutti gli onori, tali eroi del crimine, nel suo fastoso palazzo in Roma. Tra i capi, che conferirono con il Re spodestato, vi furono Gioacchino Saporetti, Girolamo Di Girolamo, Aurelio Ricciardi, Giuseppe Di Giovanni e Fiore Sallustio.
 
Quasi tutti i banditi nella stagione rigida, si rifugiavano nello Stato pontificio, ove si occupavano come guardiani, pastori o giornatari in aziende agricole, anche per stare in contatto con Francesco II e riceverne gli ordini. Le bande del briganti, ordinariamente poco numerose, venivano composte dai sette ai quindici delinquenti, per poter con maggior agio essere solleciti nei movimenti e per semplificare la divisione del bottini. In questi luoghi le più tremende bande, sempre capitanate da cicolanensi, erano quelle di Aurelio Ricciardi, di Michele e Berardo Pietropaoli, di Giovanni Colaiuti e di Domenicantonio Orfei.
Oricola, per la repressione del brigantaggio, ebbe per parecchio tempo una compagnia di bersaglieri e una di linea, sotto il comando del capitano Baistrocchi, che i nostri vecchi ancora rammentano.
 
Tra gli ufficiali, in quella occasione qui residenti, vi fu il disgraziato della battaglia di Adua, Oreste Baratieri, ospite della nostra famiglia. Fu creata la guardia nazionale, alle dipendenze del defunto mio genitore, che ne era il tenente. E precisamente Luigi Fiori, capitano della guardia nazionale di Rocca Botte, con alcuni suoi militi e con una compagnia di 30 bersaglieri, al comando del capitano Baistrocchi, il 1° novembre 1862, presso i confini di Arsoli, in contrada Torracci, catturava, mentre erano immersi nel sonno, il celebre capo brigante Aurelio Ricciardi di Castagneta, con suo fratello Antonio, disertore e con altri cinque che rispondevano ai nomi di Giuseppe Napoleoni, Giuseppe Antonini e Orazio Sallustio di Sambuco, e di Luigi e Gaetano Sabantonio di Castellucio di Pescorocchiano. 
  
Il giorno successivo, 2 novembre 1862, il Ricciardi cercava di scagionare e salvare il proprio fratello Antonio, reo solo di diserzione, e i due giovani Sabantonio, responsabili unicamente di renitenza di leva; ma inutilmente, poichè tutti e sette, in detto giorno, furono fucilati nel terreno sito in questo agro, in contrada Stretto, di proprietà del Sig. Costantino Nitoglia. Mi risulta, dalla più volte rammentata opera del Longini, che gli anzidetti fucilati, fossero in compagnia di tre altri capi banda, nelle persone di Giacomo Saporetti, Fiore Sallustio e Domenicantonio Orfei e che essendosi trattenuti nella osteria di Cavaliere, per le troppo libazioni, contraessero una solenne ubriacatura, che li trattenne nel luogo, ove furono catturati.
 
I tre, scampati disgraziatamente dalla provvida fucilazione, meno ubriachi, sentendosi pochì sicuri colà, si allontanarono, senza riuscire a persuadere gli altri a seguirli. Mercè l'opera della guardia mobile, istituita con i volontari, per la repressione del brigantaggio, e della guardia nazionale, con i provvidenziali presidi dell'esercito regolare, anche nel vicino Cincolano, i banditi venivano a scomparire. Erano rimasti i temibilissirni capi Bernardino Viola, Giovanni Colaiuti e Amedeo Del Soldato. Il Viola, arrestato a Tolone, veniva nel 1866 riconsegnato al Governo pontificio, che lo tratteneva in carcere, sino al 1870, nella quale epoca, rinviato dal Governo italiano, innanzi la Corte di Assisi di Aquila, veniva condannato ai lavori forzati a vita.
 
Il Colaiuti, assalito nella casa del curato di Civita Tommaso, mentre cenava, fu ucciso da un'intrepida guardia forestale di Sassa, che a sua volta, rimaneva contemporaneamente vittima di un colpo di fucile, sparatogli dall'agonizzante bandito. Il Del Soldato, trovato nottetempo nell'abitazione di una sua ganza, feriva gravemente un carabiniere e un soldato e rimaneva ucciso da altri militi, mentre fuggiva. Con questi episodi ebbe termine il brigantaggio in questa regione, che tanti danni aveva cagionato a tutti gli onesti e pacifici cittadini. Oltre alla guardia nazionale e ai distaccamenti di truppa regolare, Oricola, come paese di confine, ebbe il servizio delle guardie di finanza, sino alla costituzione della cittá eterna a Capitale d'Italia.
 
Oricolae contrada Carseolana nella storia di Nostra Gente
 
 
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