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Reazione Borbonica
Testi a cura del prof. Achille Laurenti  maggiori info autore
I partigiani della dinastia borbonica, con il folle miraggio di riconquistare il regno, con la rivoluzione, sobillavano, specie nel ceto del contadini della Calabria, del Molise e dell'Abruzzo, per la insurrezione contro il nuovo regime.
Tale reazione venne a prendere serio sviluppo, in questi luoghi, per opera del colonnello borbonico Lagrange e di quel tal Giacomo Giorgi di Tagliacozzo, che si era posto a capo degli sconvolgimenti politici, nella regione Marsicana e cicolanense.
 
Celebri furono le bande del reazionari, disgraziatamente fiorite nel vicino Cicolano, che contarono sino a tremila uomini le cui brutali gesta tanto bene e minuziosamente venivano raccontate dal dottor Longini nelle sue Memorie storiche della regione equicola. Nella storia, i fatti non si improvvisano e non si creano, nè può l'immaginazione supplirne le deficienze, con elevati voli pindarici: quindi senza vestirmi delle penne di pavone, che tanto facilmente mi si potrebbero togliere di dosso, son ben lieto di dichiarare che da detto e da molti altri autori attinsi e ebbi gli elementi di quanto vado scrivendo.
 
Le bande del reazionari del Cicolano, per lo più prendevano per punto di concentramento Fiamigiano, sotto il comando di Giuseppe di Giovanni di Colle Giudeo, di Giacomo Saporetti e di Fiore Sallustio di Sambuco, di Aurelio Ricciardi di Castagneta e di Girolamo Di Girolano di Tonnicoda. Il colonnello borbonico Loverà, con un esercito di sbandati di tremila uomini, dallo Stato pontificio, transitato il nostro agro e il Carseolano, aveva proseguito verso Tagliacozzo. Colà gli tenne fronte, con tanto slancio e coraggio, il maggiore Pietro Ferrero il 12 gennaio 1861, con due sole compagnie di appena duecentodieci soldati, il quale dopo aver causate gravi perdite al nemico, con un'ordinata ritirata, si ritrasse in Avezzano.
 
Il 13 gennaio, i borbonici furono messi in fuga, dopo un accanito scontro, in Scurcola Marsicana, dall'esercito presidiario di Avezzano. In conseguenza di che il giorno successivo vennero fucilati settanta reazionari, rinvenuti in quel paese, fra i quali uno di Oricola a nome Francesco Filippi fu Benedetto, alias Valechetta, di anni 34. Questi ingannato da ciarle e promesse di gran fortuna, seguendo il Loverà, aveva gettata la propria vanga, in contrada Spineta, di questo territorio, ove si era recato a lavoro, dicendo: "Ad arricchire o a morire".
 
Un altro contadino di Oricola, Stefano Ciaffi, sorpreso nella buona fede dal Loverà, che si aggirava in questi luoghi, allo scopo appunto di fomentare una reazione, contro il regime italiano, ne aveva seguito l'esercito. Ma a Scurcola Marsicana, avvisato in tempo da un tal Fumera della vicina Poggio Cinolfo, con le parole: "Alza i tacchi Stefano" si dava a precipitosa fuga; e alzando veramente i tacchi, insieme al preveggente compagno, si restitui, con la celerità della folgore in residenza, allontanando, per sempre, il pensiero reazionario. Dopo i raccontati avvenimenti, parte degli insorti tornarono ai propri luoghi e parte a Tagliacozzo, da dove per timore di essere assaliti, si ritirarono a Carsoli.
 
Da li il generale ebbe l'idea d'impadronirsi della vicina Collalto, che, situata sulla cima di un monte e munita di una valida rocca cinta di mura, offriva un sicuro asilo di difesa. Con tale intenzione, il 12 febbraio 1861, mandó duecento uomini, con l'incarico di impadronirsene di sorpresa. Ma quella popolazione, prevedendo il caso, aveva sbarrate le due porte del paese: da qui la necessità degli inviati, di tornare prudentemente indietro. Il Loverá, non volendo rinunciare al piano prestabilito, il giorno successivo, postosi alla testa di 1500, tra reazionari, borbonici e zuavi pontifici, marciava su Collalto, i cui cittadini, postisi sul castello con fucili e sassi, opposero viva resistenza.
In un torrione del muro di cinta, vi era un'apertura appena sufficiente per il passaggio di una persona, e lì i collaltesi avevano posto a guardia quattro robusti giovani armati di scure, con l'ingiunzione di uccidere quanti nemici ardissero varcare quel passo.
 
Si accese un aspro fuoco di fucileria; parecchi borbonici vi rimasero uccisi, altri feriti; ma i collaltesi lasciati alla custodia del torrione perforato, invasi da panico, abbandonarono il posto di consegna, dando adito a una diecina di nemici di penetrare nell'interno del muro di cinta e di aprire una delle porte d'accesso. Entrati immediatamente in paese i borbonici trovarono che gli abitanti si erano riuniti nella Chiesa parrocchiale, con la speranza venisse rispettato il sacro tempio. Don Antonio Latini, parroco del luogo, con il crocifisso in mano e il suo germano dottor Bartolomeo, sventolando un fazzoletto bianco, chiedevano pace per tutto il popolo.
 
Ma quella ciurmaglia di delinquenti, senza pietà, esplosero una fucilata in pieno petto al dottore, che rimaneva fulminato a terra e un'altra alla sua sorella Berardina, che, andata a soccorrere l'agonizzante fratello, fu colpita in una gamba, per rimanervi storpia per tutta la vita. Successivamente si recarono nel castello, ove ne uccisero il guardiano con la propria moglie; e di un bambino di un anno e mezzo, horresco referens rendevano una pultiglia informe, con ripetuti colpi di baionetta. Dopo di che, depredarono tutte quelle case e quelle del paesi limitrofi. Questi prodi cavalieri della delinquenza, compiuto il massacro di Collalto, avendo avuto sentore della resa di Gaeta, piombarono come famelici lupi su Oricola, posta sui confini del regno e perciò assicurante la loro salvezza in caso di avversario assalto. 
  
Ne saccheggiarono le primarie famiglie, tra lo spavento di tutti, con minaccia di fucilazioni e legnate alla minima obiezione, finchè non si approssimò il colonnello Masi delle truppe italiane in massa, che li costrinse a fuggire nello Stato romano. In queste contrade non si ebbe che una reazione nella vicina Pereto. Ricorreva in quel paese, nella prima domenica di Ottobre del 1860, la festività della Madonna del Rosario e in quella circostanza, quindici militi della guardia nazionale di Carsoli, con a capo il capitano Luigi Marj, vi si erano recati.
 
Mentre questi si trovavano in casa di Elia Penna, che allora era uno del più cospicui proprietari del luogo, vennero fatti segno a una clamorosa dimostrazione ostile. Nella buona fede e nella falsa idea di non provocare quella popolazione, commisero l'errore di uscire, nella sottostante via, senza armi e furono malmenati da quegli scalmanati. I giovani, chi più chi meno feriti, riuscirono a salvarsi con la fuga, ma un tal Benedetto De Luca, di anni 50, entro l'abitato in Via del Selciato, vi rimase vittima. Come pure Luigi Marj, di anni 52, appartenente alla primaria famiglia del Mandamento, riuscito a svincolarsi, data la sua forza erculea, fuggì, ma raggiunto a circa mezzo chilometro dal paese, nella località Isola, fu sopraffatto dal numero e, con una vera lapidazione, ucciso.
 
Oricolae contrada Carseolana nella storia di Nostra Gente
 
 
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