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Famiglia Cenci
Testi a cura del prof. Achille Laurenti  maggiori info autore
Ma altri fatti resero degna di nota la vicina Vivaro, che per le origini, dovrebbe chiaMarsi Equa e non Romana. Questo paese, in un'epoca, fu feudo del Cenci, giusta quanto risulta dagli stemmi esistenti sulla porta di quel castello, quasi diruto. Qui dovette sostare la vezzosa e bella Beatrice nel passaggio, che fece con i suoi, per recarsi a Petrella Salto, prima della tragedia, che tanto appassionò l'umanità.
 
Se un solo vestigio di quella celebre famiglia, discendente dalla nobile stirpe Cinzia dell'antica Roma, se un un semplice gesto della graziosa creatura, finita giustiziata, fu sufficiente per la pubblicazione di volumi e volumi, lasciate anche a me il raccontarne, molto succintamente, la storia. Parecchi scrittori si occuparono della cennata tragedia, tra i quali il Solari, l'Anfossi, lo Strelley, lo Stendhal, l'Adamolli, il Guerrazzi, lo Scolari, il Dal Bono, il Labruzzi, lo Spezzi, il Bertolotti, il Longini e il Marsi.
 
Quest'ultimo pubblicò un suo lavoro, sotto il titol: Il teatro della tragedia Cenci nella valle abruzzese del Salto, in cui riportava un manoscritto riguardante l'avvenimento. Questo scritto, benchè privo di autenticità di autore, coincidendo con documenti esistenti in Vaticano, deve ritenersi contemporaneo al processo svoltosi, molto più che l'egregio dottor Longini, di quei luoghi, nella sua opera sulla Regione equicolana, afferma di averne letta una identica copia, favoritagli dal parroco di Spedino don Pasquale Cremonini.
Cominciamo col precisare che la tragedia avvenne in Petrella Salto e non a Petrella Liri, come affermano taluni scrittori e specialmente il Guerrazzi.
 
Infatti la sentenza di condanna, emanata dalla Corte romana, riportata per intero dal Bertolotti e accennata dal Longini, pone fuori dubbio, ogni equivoco quando afferma: " ... usciti di mente... fecero uccidere e trucidare nel proprio letto, il ridetto Francesco Cenci, loro miserissimo padre e rispettivamente infelicissimo marito nella rocca del Castel Petrella, Contado Cicolano, adoperativi sicari e assassini". Oltre a ciò è risaputo che il cadavere fu tumulato nella chiesa di S. Maria in Petrella Salto, ove la tradizione ne indica sepoltura.
 
Assicurato così il luogo della tragedia, vengo a precisarne i motivi.
Il conte Francesco Cenci, uomo dedito al vizio, aggressivo, turpe, prepotente, immorale oltre ogni dire, e sprezzante il santuario del focolare domestico, dette segno alla più riprovevole condotta contro tutti, e segnatamente verso i suoi. Coniugato con Ersilia Santacroce, ebbe sette figli: Giacomo, Cristoforo, Rocco, Bernardo, Antonina, Beatrice e Paolo. Defunta Ersilia, forse in conseguenza di dispiaceri coniugali, dopo nove anni, passò in seconde nozze con Lucrezia Petroni, vedova Velli, dalla quale non ebbe prole.
Due volte fu condannato per colpe nefandissime, nell'ultima delle quali a cinquecentomila scudi.
 
Il Papa, per sottrarre la figlia Olimpia, dalle infamie del padre, s'interessò di maritarla a Gabrielli, costringendo il Cenci a dotarla. Giacomo allontanato dalla famiglia, per aver contratto matrimonio senza consenso paterno, oltre alle innumerevoli, continue e gravi insidie del genitore, dovè subire prigionia e un procedimento penale per tentato parricidio. Lucrezia, malmenata e vilipesa, sotto ogni aspetto, aveva dovuto sopportare la presenza di meritrici, nel letto coniugale. Beatrice poi, fu fatta segno ripetutarnente con moine, minacce e angherie, ai più scellerati e brutali attentati al pudore, da parte del conte Cenci. Stanca di sopportare tali truci tentativi e violenze, Beatrice inoltrò al pontefice Clemente VIII un esposto, con il quale categoricamente raccontava i mostruosi voleri del genitore, nonchè i soprusi, violenze e maltrattamenti dovuti patire dalla sua matrigna.
 
Ma, o perchè tale memoriale non giungesse a destinazione, o perchè non gli fosse dato ascolto, non si ebbe l'invocato procedimento di remora o di castigo. Data la infernale situazione e l'ira sempre crescente dello snaturato Cenci, che indirettamente era venuto a conoscenza del ricorso, si fece strada, nelle torturate menti di Beatrice e di Lucrezia, il proposito di sopprimere il loro rispettivo padre e marito. Francesco Cenci, non si sa per qual fine, ma forse per non creare altre indegne pubblicità nei propri feudi, chiese e ottenne da Marzio Colonna, duca di Zagarolo e conte di Mareri, di poter trascorrere la villeggiatura estiva del 1598, nel castello di Petrella Salto.
Questo sapevano Beatrice e Lucrezia e aiutate, per interposizione di Mario Guerra, da Giacomo loro rispettivo fratello e figliastro, stabilirono di fare assassinare il conte Francesco, previ accordi con banditi abruzzesi, durante la gita per raggiungere quel paesello.
 
Progetto questo che andò a monte, perchè quei delinquenti, non furono avvisati in tempo, per porsi in agguato, giusta quanto era stato prestabilito, nelle tetre e solitarie falde a ponente del qui vicino monte S. Elia, e precisamente nei pressi della strada che dall'antica osteria della Spiaggia, in agro di Cineto Romano, conduce a Riofreddo. Quindi il viaggio di Francesco Cenci, di sua moglie Lucrezia e del figli Beatrice, Bernardo e Paolo fu compiuto senza incidenti. Gli altri figli Cristoforo e Rocco erano stati uccisi in Roma: Giacomo e Antonina si trovavano fuori della famiglia, perchè coniugati e formanti casa a loro.
 
Per meglio sintetizzare la mostruosità del sentimenti del conte Francesco, è bene notare che nella misteriosa morte del suoi figli Cristoforo e Rocco, non volle contribuire nella spesa per i funerali e ne festeggiò l'avvento con un sontuoso banchetto. Come in genere nei premeditati delitti non si rinuncia tanto facilmente alla esecuzione, cosi nella mente delle due donne, non ne venne meno la intenzionalità. Stabilirono quindi porre in atto il loro malaugurato disegno, in quella rocca, per mezzo di prezzolati. Mario Guerra, e secondo il Guerrazzi il fidanzato di Beatrice, Guido Guerra, pronto sempre a seguirne gli ordini e voleri, si interessò di trovarne gli esecutori materiali mediante il compenso di mille scudi, da consegnarsi metà prima e metà dopo il delitto.
 
Costoro scelti nei bassi fondi della delinquenza, nelle persone di un tal Marzio da Forano e di Olimpio Calvetti, nutrivano un odio spietato contro il Cenci, specie perchè il secondo del mandatari era stato licenziato dal duca Marzio Colonna, per insinuazione dello stesso conte Francesco. Fu stabilita la notte dell'8 settembre 1598, per la esecuzione dell'atroce assassinio, ma ricorrendo in quel dì la festività della Madonna, dietro insistenza di Lucrezia, fu rinviata alla successiva notte. Quindi introdotti nuovamente gli assassini nella rocca, alla mezzanotte del giorno nove, e penetrati nella camera del conte Francesco, al quale per la circostanza, era stato somministrato abbondante oppio, ebbero un certo ritegno di aggredirlo, specie nel sonno.
 
Ritrocedettero gli assassini, ma i rimproveri e le minacce delle due donne e segnatamente di Beatrice, la quale asseriva che qualora seguitassero le vigliacche titubanze del prezzolati, avrebbe da sola compiuto il parricidio, li indussero a tornare all'assalto. Uno di costoro piantò un chiodo spuntato sul cranio del dormiente e l'altro, a vivi colpi di martello, glielo internò nel cervello. Gli fu poi conficcato un altro grosso chiodo nel collo e un ultimo colpo gli veniva assestato nel petto. Cosi miseramente periva lo snaturato conte Cenci, nella giovane età di quarantanove anni, e non vecchio come alcuni scrittori asseriscono.
 
Compiuto il truce delitto, si pensò procurare la scomparsa delle tracce che lo facessero anche lontanamente sospettare. Furono tolti i chiodi dalle sanguinanti ferite, fu rotto il pavimento di un loggiato, che immetteva in un gabinetto di decenza, frequentato nelle occorenze dall'ucciso e fu gettato l'inanime corpo, sopra un sottostante albero di fichi, per simularne la disgrazia. Infatti il giorno successivo, alcuni di Petrella rinvennero il cadavere e, persuasi dell'accidentale sciagura, furono solleciti a darne il macabro annuncio alla famiglia.
 
Molti furono i falsi pianti, i finti singulti, le contorte straverie e gli affettati dolori manifestati da Beatrice e Lucrezia. Queste non risparmiarono maledizioni a quell'innocente paesello, secondo quando loro dicevano, causa di una tale e tanta sciagura, mentre quella tranquilla borgata, fu imbrattata, quale inconsapevole spettatrice, di un lugubre fatto di sangue, che oltre alla paurosa prima impressione, le portò la conseguenza di arresti di pacifici cittadini e di spaventosi procedimenti penali. Solenni funerali, con ogni devozione e pompa, furono celebrati per l'estinto, che venne tumulato in quella chiesa di Santa Maria.
 
Poscia la famiglia Cenci, in men che non si dica, tornò a Roma. Ma, date le antecedenti circostanze, il conosciuto carattere, i vizi, le turbolenze e la immorale vita, menata dal conte Francesco, venne a qualcuno il sospetto che si trattasse di un vero e proprio delitto a scopo di vendetta. Tale ponderato sospetto, venne ingigantendosi giornalmente, tanto da indurre un rappresentante del duca Marzio Colonna, di riferirne al governo di Napoli.
Il vicerè Don Enrico di Gusman, conte di Olivares, ai dieci dicembre 1598, impartiva ordini al giustiziere dell'Abruzzo Carlo Tirone, affinchè raccogliesse tutte le indagini del caso.
 
In ossequio a tale ordinanza, il Tirone si recava in Petrella, verso la fine di quel mese e, chiamati un medico del Cicolano e due chirurgi viciniori, fece riesumare il cadavere; procedere all'autopsia del medesimo e disporre per l'arresto di moltissimi abitanti di quella borgata, i quali regolarmente ammanettati, furono tradotti a Napoli. Colà, dopo un ponderato interrogatorio di ogni singolo arrestato, venne a risultare non solo che si trattasse di delitto, ma che vi avessero preso parte i congiunti del defunto, e più specialmente sua moglie e la figlia Beatrice. Grave, gravissima fu la deposizione di una lavandaia, a cui erano state consegnate da Beatrice due lenzuola imbrattate di un'enorme quantità di sangue, di qualità molto viva e crassa, che dava la prova che esso non poteva provenire che da ferite.
 
La Corte Pontificia, avutane contezza da Napoli, proseguì alacramente nelle oculate indagini e prima di ogni altro provvedimento, assicurò alla giustizia il sicario Marzio, il quale fu catturato non lungi da qua, nella montagna di Ascrea, da un tale Gaspare Guizza di Fano. Il Marzio, sottoposto a minuzioso e stringente interrogatorio, confessò il misfatto, nei suoi più dettagliati particolari, svelando tutti i complici, che vennero immediatamente catturati e condotti nelle carceri di Monte Savello. Tali imputati, con abili esami e con la tortura allora in prammatica, furono costretti con la confessione a ricostruire i fatti, con le ragioni che li aveva indotti al delitto.
 
Da qui lo svolgimento del processo, la condanna ed esecuzione capitale, in data 11 settembre 1599, della bella Beatrice, di Lucrezia e di Giacomo, il quale ultimo veniva attanagliato con ferri roventi, mazzolato e squarciato.
A bernardo appena quindicenne, gli fu commutata, all'ultima ora, la pena di morte in quella della galera perpetua, a condizione che egli assistesse all'efferato scempio del suoi. Assistè l'infelice fanciullo al supplizio del cari congiunti, ne rimase tutto imbrattato di sangue e ben quattro volte cadde quasi esamine sul palco del boia, tanto che fu tratto in carcere, con febbre altissima, che ne fece temere la morte.
 
Successivamente, per interposizione della Compagnia di S. Marcello, Bernardo fu liberato dalla galera, con patto che pagasse 125 mila scudi alla Trinità di Ponte Sisto. Paolo Cenci non venne coinvolto nella sentenza di condanna, perchè deceduto precedentemente. Non mi permetterò di sofisticare sulla severità o meno della sentenza, specie nei riguardi di Giacomo e del piccolo Benardo, il quale ultimo penso non potesse essere consapevole del delitto. Nè mi soffermerò sull'avvenuto o mancato pagamento del cennati centoventicinquemila scudi; nè sui reconditi fini di interesse partigiano, che avranno potuto consigliare la spogliazione delle sostanze tutte della ricca famiglia: nè vengo a discutere sulla vericità e legittimità della confisca, tanto dibattutasi tra il Guerrazzi e il gesuita don Filippo Scolari, perchè troppe e molteplici le considerazioni e minuzioso i racconti storici, che verrebbero a togliere tempo e spazio al mio lavoro.
 
Solo dirò che i beni confiscati dalla Camera apostolica furono venduti per soli novantuno mila scudi; che gli spogliati adirono più volte i tribunali; che, con atto 9 luglio 1610, il pontefice Clemente VIII disponeva per la restituzione, mediante compenso, ai figli di don Giacomo Cenci, del possesso di parecchi beni confiscati, dando mandato a Monsignor Taverna, per la transazione; che, nel 1611, si rendevano agli stessi eredi, tutti gli altri predii, a eccezione dell'importante tenuta Torre Nova, in Agro di Roma, di oltre settemila ettari; che morti Clemente VIII, che non era altri che Ippolito Aldobrandini, e Paolo V (Camillo Borghese) Luisa Vellia, vedova di Giacomo Cenci, promosse un giudizio, domandando di provare la forte lesione di prezzo, contro Pupissa Aldobrandini, Paolo Borghese e altri, causa questa che fu nuovamente riprodotta, dopo l'avvento del Governo italiano a Roma, tra il conte Cenci Bolognetti e il principe Borghese.
 
Noterò inoltre che difensore del Cenci, fu Prospero Farinaccio, insigne avvocato di quell'epoca, il quale, al fortunato dono di un'alata eloquenza accoppiava quello di scrittore erudito e poderosissimo, in scienze giuridiche, di cui alle numerose e pregevoli sue opere lasciate. Egli dal pontefice Clemente VIII fu nominato consigliere della Sacra Consulta e successivamente da Paolo V Procuratore generale fiscale nella Camera apostolica, per l'intero Stato ecclesiastico, e assistente sulla predetta Consulta. Il Farinaccio è una gloria abruzzese, perchè nato nel 1544 nel villaggio di Fagge, comune di Fiamignano, e morto in Roma nel 1618.
 
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