Home Page del Comune Clicca per approfondimenti

Clicca per visualizzare la guida alla navigazione
 
 

TERRITORIO

 

in evidenza

 

Risorse

 

 
Sei in: - STORIA - Scorrerie di banditi

Scorrerie di banditi
Testi a cura del prof. Achille Laurenti  maggiori info autore
Non starò a ricostruire fatti e leggende, che scrittori di valore, come il Campana, il Tempesti, il Muratori e altri, riportati dal Longini nella cennata sua opera, hanno rievocato intorno allo sgomento e alle funeste conseguenze che, durante la dominazione spagnola, dal 1585 al 1593, afflissero l'Abruzzo e lo Stato pontificio. Solo dirò che fatali furono le continue scorrerie di una settantina di banditi, capitanati da un tal Curzietto e da Marco Sciarra, entrambi del Cicolano, il primo di Sambuco e l'altro di Mercato, limitandomi a indicare qualche particolare del preminenti eroi del crimine.
 
Il pontefice Sisto V, appena salito al soglio papale, allarmato dagli atroci delitti perpretati da costoro, emanò una bolla, il 1 luglio 1585, contro tali ignobili ceffi e fece distruggere il villaggio Prungia o Prugna, loro riceccattolo, situato in questi paraggi. Contemporaneamente Filippo II, muoveva loro una guerra senza quartiere, con numerose schiere al comando di Carlo Spinelli. Per quanto arditi e fieri, date le incessanti persecuzioni, prima che a loro fosse preclusa la via di uscita, fuggirono nella Schiavonia. Fortunatamente Curzietto, separatosi dallo Sciarra, si recò a Trieste, ove riconosciuto, fu arrestato, con il fratello e quattro compagni, e carcerato in una prigione, entro la rocca di quella città, che era ben fornita di munizioni, materiali di artiglierie e di esplosivi. Curzietto, rotta la porta del carcere e rimasto libero nel castello, che peraltro era ben chiuso all'esterno, minacciò i triestini che, qualora non fosse stato restituito in libertà con i suoi, avrebbe preferito di mandare in aria il materiale di artiglieria e gran parte della cittá, pur di evitare una morte nelle mani del carnefice.
 
A tale terribile intimazione, le autoritá locali, dichiarando la niuna intenzione di punire gli arrestati, per delitti compiuti altrove, li fecero uscire dal pericoloso luogo, non senza però somministrare loro del vino. Ma il beveraggio conteneva dell'oppio e, avutone l'effetto desiderato, i delinquenti furono incatenati e condotti su di una nave per essere affidati in Ancona, agli incaricati pontefici.
Passato l'effetto del sonnifero, Curzietto, eludendo la sorveglianza, avvinghiatosi con un compagno, nonostante fossero entrambi assicurati con solide catene, si buttò a mare e annegó con il collega. Nè se ne poterono ripescare i cadaveri, per consegnarne le teste al pontefici. Lo Sciarra, affidati i compagni a un altro non minore delinquente, a nome Baldassare di Foligno, militò per la repubblica di Venezia, poi tornò in questi luoghi, e, raccolto un buon numero di malfattori, rinnovò le mostruose scorrerie.
 
Il re di Napoli, preoccupato degli enormi e delittuosi danni, arrecati in Abruzzo, gli spedi nuovamente contro Carlo Spinelli, con quattromila uomini: dietro di che, lo Sciarra passò ai danni dell'Agro romano. Nel frattempo disgrazia volle che Alfonso Piccolomini, duca di Monte Marciano, venuto in conflitto, per reati politici, con il granduca di Toscana Ferdinando de' Medici, con settecento armati si collegasse con lo Sciarra. Si veniva cosi a costituire un'enorme e terribilissima banda di malfattori, che alla intrepidezza, ferocia e bravura delle armi, univa i requisito della peggiore associazione a delinquere. Tali e tanti furono i danni, le estorsioni, le grassazioni e ogni genere di abbonimevoli delitti, che il re di Napoli si trovò nella necessità di spedire lo Spinelli, con i soliti quattromila soldati; il Pontefice mandò quattromila militi di cavalleria, guidati da Virginio Orsini, e il granduca di Toscana inviò ottocento fanti e duecento cavalleggeri, capitanati da Camillo Del Monte.
 
Stante le giustificate persecuzioni, dopo sanguinosi scontri, il Piccolomini si dovette separare dallo Sciarra e, caduto in un'imboscata, finì sulla forca, in Firenze, il 16 marzo 1591. Lo Sciarra continuò imperterrito le spaventose scorrerie negli Abruzzi e nello Stato pontificio, nonostante le assidue persecuzioni dello Spinelli e di altri conti e baroni napolitani, nonchè di Onorato Caetani e Virginio Orsini da parte del Papa. Il 30 gennaio 1592, creato pontefice, Clemente VIII aumentò in modo le persecuzioni, che lo Sciarra e i suoi seguaci dovettero cambiar dimora. E fu appunto in quell'anno che Marco Sciarra distrusse Rocca Martino, villaggio allora esistente nei pressi di Rocca Canterano. Ciò prova chc il masnadiero si aggirasse in queste contrade.
Andato il ripetuto bandito a servizio della repubblica di Venezia, fu mandato di guarnigione all'isola di Arbè.
 
Dietro risentimento e insistenza del Pontefice, lo Sciarra ebbe l'ordine di raggiungere l'isola di Candia per sostituire i soldati colà periti di peste.
Il capo bandito si ricusò e dopo aver racimolato enorme bottino, cercava con i compagni di fuggire e di riprendere la via dell'Abruzzo e dell'Agro romano.
Il provveditore dell'isola Tiepoli, assalì con tremila soldati quei malvagi, i quali si arresero, ad eccezione dello Sciarra, Battista dell'Aratro e una ventina di compagni, che riuscirono a porsi in salvo. Dei rimasti colà, ne vennero impiccati sedici, annegati venti, condannati ai remi cento e i rimanenti inviati a Candia. Finalmente lo Sciara, con quattro del suoi, fu ucciso nelle marche, a Montemoro nel 1593, dall'accennato Battista, il quale, con altri tredici banditi, di cui si era servito per compiere il prodigio, godette l'indulto pontificio.
 
Oricolae contrada Carseolana nella storia di Nostra Gente
 
 
Sei in: - STORIA - Scorrerie di banditi

Territorio

 
 


Team sviluppatori
| Grafica e Redazione | Copyright