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Dominazione angioina
Testi a cura del prof. Achille Laurenti  maggiori info autore
Con gli angioini la contea del Marsi, fu ripartita nei feudi di Celano, di Albe e di Tagliacozzo. Nonostante che le feudalità, sveve, con Carlo I venissero a scomparire, la famiglia De Ponte, per servizi resi, conservò i suoi feudi.
Intanto in Italia, infieriva sempre più, tra i guelfi e ghibellini, la lotta che divise la Germania in due fazioni nel secolo XII, e insanguinò la nostra Patria sino al 1400.
 
I ghibellini, che erano per lo più nobili e signori, parteggiavano per l'imperatore; i guelfi, che erano ordinariamente popolani, sostenevano il Papa.
Carlo I d'Angiò intanto cercava con ogni mezzo, abbattere e annientare i ghibellini, i quali, mal sopportandone gli abusi, prepotenze e angherie, inviarono lettere e persone a Corradino di Svevia, invitandolo a recarsi in Italia, per la conquista del regno delle Due Sicilie, di cui egli era il legittimo erede.
 
Corradino, ben lieto della lusinghiera proposta, da molti potenti offertagli, pur essendo stato sconsigliato dalla madre che con preveggenza, ne spaventava la perdizione, scese in Italia con quattromila cavalleggeri e alcune migliaia di fanti, per la via di Trento e di Verona, ove sostò alquanto. Avuti rinforzi e aiuti, specie per opera di Corrado Capece, che era uno del baroni ribelli a Carlo, da Verona, passò a Pavia e per le terre del Carretto, ai lidi del mare ligure, ove s'imbarcò con una squadra amica per Pisa. Da lì Corradino, nonostante che il Pontefice, sostenitore degli angioini, facesse suonar alte le sue proteste e minacciose tutte le folgori del Vaticano, giunse a Roma il 24 luglio 1268, ove fu ricevuto dai ghibellini in Campidoglio, con le sfarzose pompe di imperatore.
 
Enrico, fratello del re di Castiglia, quantunque cugino, era acerrimo nemico di Carlo I, perchè questi gli aveva contrastata la Sardegna; fattosi creare senatore di Roma, per intrighi suoi e del Capece, con varie arti, trasse a sè parecchi guelfi. Quindi tutto lasciava prognosticare per la vittoria di Corradino. Questi, ai dieci di agosto, accompagnato da Enrico di Castiglia, da Federico duca di Austria, dal conte Galvano Lancia, da Corrado di Antiochia, da molti baroni e militi tedeschi e italiani, avendo saputo che il passo di Ceprano era ben munito di guarnigioni, si diresse alla conquista del reame per la via dell'Abruzzo.
 
Passò Tivoli, Vicovaro e, per la strada Valeria, transitava la nostra gloriosa pianura e Celle e dalla Valle Luppa, usci a Tecle, allora esistente, tra S. Anatolia e Rosciolo, per far sosta nei campi Palentini, nella intenzione di proseguire per riunirsi ai saraceni, assediati in Lucera dall'esercito angioino.
Carlo I, avuta cognizione delle mosse di Corradino, abbandonò, secondo taluni scrittori l'assedio di Lucera e corse nella di lui favorevole Aquila, per ottenere aiuti di soldati e di vettovaglie. Da li per la strada di Rocca di Mezzo e Ovindoli, proseguendo per le rive settentrionali del lago di Fucino, andò ad accamparsi in un colle nei pressi di Albe.
 
Secondo l'Antinori e altri, Carlo d'Angiò, proveniente da Capua, avrebbe seguita la via di Sora e di Civitella Roveto. Il Longini invece, confutando le varie opinioni prende di base la lettera scritta da Carlo al pontefice Clemente IV, nella quale si indica che egli partiva da Ovindoli il 22 Agosto 1268, e viene nella giusta conclusione che il re angioino provenisse da Aquila, poichè da quella cittá e non da Sora, si va da Ovindoli alla pianura Fucense.
L'esercito di Corradino, che si trovava dal nemico a circa tre chilometri di distanza, contava cinquemila uomini tra tedeschi e italiani, oltre ottocento cavalleggeri, condotti da Enrico di Castiglia; quello angioino ascendeva appena a tremila soldati.
 
Intanto da Viterbo il 22 agosto, papa Clemente IV decretò la crociata, contro Corradino, delegandone il vescovo Reatino e alcuni ordini religiosi per la esecuzione e elargendo le stesse indulgenze concesse per la spedizione in Terrasanta. Data la inferiorità delle forze, Carlo rimase titubante di venire a giornata. Esortato da Eraldo di Vallery, consigliere di gran senno, comnestabile di Sciampagna e reduce da Terrasanta, che corrispondeva al nome di Vecchio Alardo, si era deciso di entrare in azione, affidando a questi le sorti delle armi.
Giovanni Villa, riportato dall'Antinori, a pagina 134 del 2° tomo, della più volte citata sua opera, racconta che mentre i due eserciti erano pronti ad accapigliarsi, nel campo di Corradino si desse spettacolo dell'arrivo di falsi ambasciatori, molto parati con le insegne di Aquila.
Costoro si dichiaravano pronti a intervenire con tutte le forze e aiuti possibili contro Carlo I, della cui tirannia si dicevano stanchi, offrendo le chiavi della loro città al Re svevo.
 
Si finse di festeggiare nel campo di Corradino tale manovra di stretagemma e, a mezzo di una spia sicura, se ne informò re Carlo. Questi ne rimase talmente sconcertato, che voleva fuggire, ma sconsigliato dal prode Alardo, si accontentò di recarsi la notte seguente, con tre suoi fedeli cavalieri, in Aquila, per accertarsi che non gli sarebbero venuti a mancare aiuti e viveri da quella città. Giusta il Cirilio, nei suoi annali Aquilani, giunto alla porta di Bazzano, in incognito, fece chiedere a delle guardie incontrate, se Aquila fosse per Carlo e, avutone risposta favorevole, ordinò al portinaio della cittá di chiamare il Capitano, comandante quella piazza forte.
 
Questi recatosi sul posto, con dodici soldati armati, confermò l'assicurazione data; e Carlo con tutta tranquillitá, a spron battuto, tornò sul campo di battaglia la notte stessa. Vallery divise in quattro schiere l'esercito: una di ottocento scelti cavalieri, che fece appiattare in una valle, nei pressi di Cappelle, sotto la direzione sua e del Re; le altre tre furono dirette in battaglia, in punti diversi, agli ordini di tre distinti capitani. Enrico de Cousage, uomo di grande corporatura e provetto guerriero, travestito con le insegne reali per ingannare il nemico, prese il comando di una di esse composta di provenzali, toscani e campanini; l'altra di francesi fu affidata alla direzione di Gianni di Crati e Guglielmo Stendardo; e l'ultima di provenzali, fu posta a guardia del ponte sull'attiguo fiume, per impedire, o almeno ostacolare il passaggio delle truppe avversarie.
 
Corradino divise l'esercito in tre schiere: l'una composta di tedeschi, al comando suo e del duca d'Austria: l'altra di italiani e tedeschi, capitanati dal conte Galvano Lancia e la terza di cavalieri spagnoli, agli ordini di Enrico di Castiglia. I francesi, con gran impeto, sostennero gli attacchi del più numeroso esercito avversario: si combattè il 23 agosto 1268, con gran coraggio e slancio da ambo le parti, ma avvenuta la morte del de Cousage, gli angioini rimasero sbaragliati e sopraffatti e Enrico di Castiglia, con la sua cavalleria spagnola, li inseguiva. I tedeschi, avendo creduto alla morte del re Carlo, cantarono un pò troppo presto l'osanna della vittoria, e poco prudentemente si sparsero nel campo, parte a raccogliere il bottino e parte a inseguire i cavalli degli uccisi.
 
Giunto il momento opportuno il Vecchio Alardo, rivoltosi al trepidante Carlo, che a stento era stato trattenuto dal formidabile stratega, disse Andiamo, Sire, che la vittoria è nostra. Dietro di che, con gran slancio e con l'ausilio di forze aquilane, intervenute a tempo opportuno, scesero sul nemico, che, colto alla sprovvista, fu completamente battuto. Corradino con Federico di Baden e cinquecento cavalieri, fuggi a Roma. Enrico di Castiglia tornò sul campo e, ignaro dell'accaduto, scambiò in principio gli avversari, con le schiere dello sconfitto Corradino. Riavutosi dal primo sgomento, da valoroso guerriero, pose le sue truppe in ordine di battaglia.
 
Alardo, con parecchi baroni e rispettivi dipendenti, finse fuggire; Enrico lo inseguì, e Carlo, con le sue schiere sparpagliate nel campo, intervenne contro gli spagnoli, i quali si vennero cosi a trovare contro gli uni e contro gli altri.
I francesi erano muniti di un'armatura, che li lasciava agili e svelti nei movimenti, gli spagnoli erano pesantemente corazzati: perciò mentre questi avevano prevalenza di resistere maggiormente ai colpi di spada, una volta caduti non tanto facilmente potevano muoversi e rialzarsi, specie se assaliti con prontezza. Di ciò accortosi lo scaltro Alardo, diede ordine ai suoi di buttare da sella gli avversari, a viva forza di braccia. Al che adempiuto, gli spagnoli, per le pesanti armature e per il pronto assalto del nemici, non poterono rialzarsi e furono nella maggior parte uccisi.
 
Quindi solo i consigli di Erardo di Vallery, poterono far guadagnare a Carlo I d'Angiò la battaglia di Tagliacozzo, durata circa tre ore Dove senz'arme vinse il Vecchio Alardo. Enrico di Castiglia fuggì, ma trovato dall'abate di S. Salvatore di Rieti, fu consegnato al Governo pontificio. Restarono prigionieri degli Angioini il figlio di Galvano, il quale fu decapitato in presenza del povero suo padre e Corrado di Antiocchia, a cui fu salvata la vita, per intercessione del cardinale di S. Nicolò in Carcere, che in cambio fece giustiziare Napoleone e Matteo, fratelli dello stesso porporato, tenuti in custodia nella rocca di Saracinesco, dalla moglie di esso Corrado. Successivamente Corradino, tradito da Giovanni Frangipane, signore di Astura, di Nettuno e Anzio, fu condannato a morte e decapitato, unitaniente al suo amico Federico di Baden, a Napoli, il 29 ottobre 1268.
 
Anche scrittori francesi e provenzali non pongono in dubbio la crudeltà del re Angioino, il quale, pur essendosi tolto da torno un tanto temibile pretendente al trono, scemò enormemente in reputazione, per aver fatto spargere barbaramente il sangue di un principe, che aveva cercato, con tutta legittimità un regno posseduto dall'avo, dal padre e dallo zio. Cosi svanì ogni speranza di dominazione sveva, di cui ho voluto tessere un pò minutamente le varie fasi, perchè svoltesi in questa regione e perchè portarono al culmine la persecuzione contro i ghibellini. Per strana coincidenza del caso, nella pianura Palentina, a oltre sedici secoli e mezzo di distanza, si verificarono due fatti decisivi d'armi, con una certa analogia di direzione. Mario e il Vecchio Alardo vincono, a causa della stessa strategica sorpresa: l'esercito marso vittorioso all'inizio della battaglia, per improvviso intervento di truppe di riserva, fu battuto e distrutto dall'abilissimo console romano; le milizie dello sfortunato Corradino, che pochi minuti prima cantavano vittoria, furono demolite con la stessa manovra, dall'astuzia del vecchio condotticro Eraldo.
 
Nel 1270, giusta il Polidori, l'Abruzzo fu diviso in due provincie, quella di Chieti a destra e quella di Aquila a sinistra del Pescara, conservando un solo tribunale. Intanto con i vespri siciliani, nel 1282, Carlo I, perdeva, per sè e per i suoi discendenti, la Sicilia. Gli successe suo figlio Carlo II, il (sic!) Zoppo, che nonostante l'aiuto di Carlo di Volois, con la pace di Caltabellona nel 1302, dovette rinunciare anch'egli alla Sicilia. Carlo II non potè prendere le redini del governo, alla morte di suo padre, avvenuta a Foggia il 7 gennaio 1285, perchè trovavasi prigioniero in Sicilia: dopo l'accennata pace, Pietro di Aragona rimase re di quell'isola ed egli di Puglia. In seguito alla perdita della Sicilia, si cominciarono a chiamare Regno di Napoli, i possedimenti del reame di qua dal Faro, perchè Carlo I aveva stabilita la residenza nell'antica Partenope. Cosi era avvenuto che la dimora del primi giustizieri nella città di Aprutio, ossia Teramo, aveva dato il nome a tutta la regione Abruzzese.
 
Ma,tornando al nostro argomento, è bene notare che,durante le dominazioni Normanna e Sveva, i De Ponte possedevano parecchi feudi nella Marsica. Protetti dagli Angioini crebbero in potenza e in possessioni, tanto in Abruzzo, che in altre provincie. Andrea De Ponte, signore di Tagliacozzo e di altre terre, ebbe dieci figli, tra i quali Sibilla che, nel 1271, sposò Orsilio Orsini, che forse, in conseguenza dell'avvenuto suo matrimonio, con diploma di Carlo II, nel 1300, ebbe la concessione della metá del feudo di Tagliacozzo, mediante la contribuzione di quaranta once d'oro. Altro figlio del cennato De Ponte, fu Andrea -detto il Novello- il quale nel 1278, si coniugò con Cecilia, figlia del celebre Stefano Colonna, che perdette la vita, con altri di sua famiglia, il 20 novembre 1347, nelle contese contro l'assunzione di Cola di Rienzi a Tribuno di Roma.
 
Dal diploma, con il quale il re Carlo I concedeva il nulla osta di uso per le predette nozze di Andrea il Novello, apprendiamo che questi possedesse Oricola, Pereto e la quarta parte di Tagliacozzo. Nel 1340 la famiglia De Ponte scompare dalla Marsica e viene sostituita nei suoi feudi da Rainaldo Orsini, che giusta una sua lettera del 1378, riportata dal Corsignani, si firma: Vester Come Taliacotii. La regina Giovanna I, lo tenne in gran prestigio: oltre la contea e l'ambito titolo di conte, gli concesse la signoria su Pescara, lo nominò suo senescalco e gli diede il comando della compagnia di ventura di S. Giorgio, creata da Lodovico Visconti nel 1339. Carlo II, morì il 5 maggio 1309 e gli successe nel regno suo figlio Roberto, dal 1309 al 1343, il quale fu uomo di dottrina ed ebbe una delle più splendide corti dell'epoca sua, ove accolse il Petrarca e il Boccaccio.
 
Lo storico Denina disse che, con la scomparsa del re Roberto, il reame perdette il più savio monarca che fosse esistito da oltre cinquecento anni e che successivamente non sorgesse, per lungo tempo, un migliore principe a reggere quello Stato. Il figlio di Carlo Umberto, re di Ungheria, a nome Andrea, benchè in etá di sette anni, nel 1333, aveva sposata Giovanna, nipote primogenita di Roberto. Questi, nel fausto evento, destinò i cennati coniugi a suoi successori, che come tali gli prestarono giuramento. I principi di sangue reale, gelosi di divenire sudditi di un re straniero, si unirono a Giovanna, che, per non aver competitori nel regno, brigò e ottenne la coronazione solo per sè. Successivamente, specie perchè era stata disposta la regolare investitura anche del giovane Re, la regina Giovanna I, in complicità con i principi suoi parenti, ordì una congiura, per la quale il povero Andrea, il 18 settembre 1345, all'età di diciannove anni, fu strangolato in Aversa e gittato da un balcone in un sottostante giardino.
 
In conseguenza di tale atroce assassinio, sorsero gravi disordini e si vennero a formare due fazioni tra i conti e baroni del regno. Intanto Giovanna I sposava in seconde nozze Luigi, suo cugino figlio del principe di Taranto, il quale, secondo gli storici Villani e Denina, era già creduto suo favorito, durante il primo matrimonio. Carlo di Durazzo, coniuge di Maria, sorella della regina, con la speranza che i suoi figli succedessero nel regno, sorse in difesa del partito del defunto Andrea, mentre Luigi di Taranto, prese le parti per la propria moglie. Lodovico re di Ungheria, invitato per la conquista del regno di Napoli, scese in Italta anche per vendicare la morte di suo fratello Andrea.
  
Intanto la regina trovava il mezzo, per il tramite di mediatori, di abbindolare e trarre nel suo partito Carlo di Durazzo. Ciò nonostante ben presto Giovanna I, abbandonata dai più, fuggì in Provenza, per la qual cosa Carlo di Durazzo si trovò nella necessità di proporre la pace al re Lodovico. Questi, avutolo tra le mani, ritenendolo per il principale autore dell'uccisione del fratello, lo fece strangolare in Aversa il 23 gennaio 1343. Intanto si acuivano sempre più le gravi e sanguinose contese tra i Camponeschi e i Petratti, che si contendevano il primato di Aquila, che in quel tempo era la più importante città del regno, dopo Napoli. Trovo che nel 15 luglio 1381, Gianni di Lello della vicina Carsoli, allora Celle, mandato da Rinaldo Orsini, conte di Tagliacozzo, contribuì per la vittoria di Torano, riportata da Antonio Camponeschi su Francescantonio Petratti. Questi, fatto prigioniero dal Di Lello e condotto a Tagliacozzo, fu dall'Orsini, poco onestamente e mediante compenso, consegnato al Camponeschi, che lo fece giustiziare in Aquila, il 16 agosto 1381.
 
Adriano Montaneo di Oricola, che corrisponde al nome di Generale della Montagna, nel 1381 sconfisse Rinaldo Orsini, che si rifugiò in Tagliacozzo, in cerca di salvezza. L'illustre famiglia Montaneo o della Montagna, si trova riportata nel registro feudale del 1279, ordinato dal re Carlo I, in possesso della distrutta Carseoli, i cui abitanti si erano rifugiati in Oricola, nonchè di Rocca di Botte e di Pungia (Prugna), senza corresponsioni, indubbiamente perchè da poco distrutte. L'esimio condottiero cennato, oltre alle molte altre gesta, ebbe fama di stratega formidabile, allorquando alla testa del tiburtini e di un manipolo di prodi oricolani, pensò di deviare le acque dell'Aniene, a Porta Scura di Tivoli, e, dato ordine a tempo opportuno, di alzare le saracinesche, fece travolgere dalla impetuosa corrente un esercito del pontefice Urbano VI.
Questo illustre capitano, di cui parla anche il Corsignani, nonchè il Crocchiante nella storia delle chiese di Tivoli, fu causa di angustie, turbolenze e insidie contro gli Orsini e mi fa pensare fosse quello che desse il nome di Cavaliere, alla nostra sottostante pianura.
 
Il Nicodemi, storico tiburtino, con le seguenti parole riportate dal Gori e dal Pieralice, spiega le cruente lotte contro i ripetuti Orsini: "Insuperbite per questo felice successo le nostre milizie proseguirono dapertutto le orme di quelle violenze solite a commettersi dalla militare licenza. Le truppe tiburtine tornarono cariche di immense prede e segnatamente di una quantità di tutte specie di bestiame. Si saccheggiarono, soggiunse il Peralice, ben quarantotto feudi, sotto la direzione dell'oricolano Adriano Montaneo, il quale rimase ferito nella presa di Tagliacozzo. In seguito a ciò Rinaldo Orsini tentò di dare battaglia nella pianura Tagliacozzana, ma al dire del Nicodemi, per le abili manovre del comando del tiburtini, lasciò nel campo la maggior parte del suoi, ed egli potè salvarsi con pochi suoi precipitosamente fuggendo".
Nelle competizioni tra Carlo III di Durazzo, detto il Piccolo, che si era impossessato del regno di Napoli, nel 1381, e Lodovico d'Angiò, Rinaldo Orsini fu tra gli altri nobili, che andavano a visitare quest'ultimo in Aquila, nel settembre 1382.
 
Ludovico d'Angiò, per ferite riportate, nella battaglia di Bari, morì l'11 settembre 1384. Carlo III di Durazzo, succeduto a Giovanna I, dopo averla fatta strangolare nel castello di Muro Lucano nel 1382, mentre si recava in Ungheria, ove era stato nominato re, fu ferito a Buda il 7 e vi morì il 24 febbraio 1387. Fu in conseguenza proclamato, da quelli del suo partito, re di Napoli Ladislao, figlio di Carlo III, che fu vinto il 26 maggio 1411, a Roccasecca, da Luigi II, il quale regnò a intervalli. Questi il 14 agosto 1390, era stato coronato re di Napoli, dall'antipapa Clemente VII, in opposizione al pontefice Bonifacio IX, che aveva concessa la corona stessa a Ladislao, il 3 ottobre 1389. Quindi vivi e aggueriti proseguirono i due partiti nel reame. Finalmente Ladislao, aiutato da Federico da Barbiano, profittando dell'assenza di Luigi II, richiamato in Provenza, riconquistò il trono nel febbraio 1392.
 
Giovanna II, figlia di Carlo III, regina di Napoli dal 1414 al 1435, donna frivola e di facili costumi, specie per ingraziarsi papa Martíno V di Casa Colonna, con diploma dell'ottobre 1418, concesse la contea di Albe a Lorenzo, fratello del pontefice stesso, causando micidiali lotte e guerre sanguinosissime tra questi e gli Orsini, precedentemente investiti. Nel 1436 la citata Contea dai Colonna andò in mano di Giacomo Caldora. Sono lieto di rievocare questo celebre condotticro italiano, che, da umile e povera famiglia abruzzese, con il proprio valore, assurse ai più alti onori e possessi: fu Duca di Bari e signore di numerosi feudi in Abruzzo, nel Molise e nella Capitanata. Nel 1424, sotto le mura di Aquila, sconfisse l'altro celebre capitano di ventura Andrea Fortebraccio da Montone, il quale rimase colá ucciso.
 
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