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Dominazione Sveva
Testi a cura del prof. Achille Laurenti  maggiori info autore
Con Enrico IV, nel 1194, cominciava la dominazione Sveva. Nel 1197 gli successe Federico II, sotto il cui regno, nel 1230, si ebbero le cosidette incastellazioni, le quali consistevano nell'incameramento del castelli minori al territorio di quelli più importanti: gli incamerati partecipavano a tutti i diritti e doveri dell'incastellante, con le stesse leggi, statuti, mercati, sussidi e oneri.
Senza parlare di altre devastazioni, Federico II, nel 1242, reduce dalla Puglia, si recò in Avezzano, ove si trattenne tutto il mese di luglio, e da lì dispose per la definitiva distruzione della bella città di Carseoli, i di cui abitanti inseguiti, si rifugiarono in Oricola. Da lì passò ai danni del Cicolano, di Rieti e dintorni di Roma.
  
Quindi Oricola va altera di essere la vera e legittima erede della grande metropoli equa, poichè avvenutane la distruzione, accolse in seno i suoi superstiti abitanti, i quali, nella fraterna fusione, vennero con questo paese, a formare un sol popolo, conservandone in gran parte il territorio. Intanto Federico II, affetto da una mortale dissenterite, il 17 dicembre 1250, cessava di vivere nel castello di Fiorentino in Capitanata. Corrado IV, successore e figlio di Federico II, fece umili parti per entrare in grazia al pontefice Innocenzo III, allo scopo di ottenere l'investitura dell'impero e del regno delle due Sicilíe.
  
Il pontefice dopo aver dichiarato devoluto alla Santa Sede il reame di Puglia, gli lanciò la scomunica e gli sommosse contro i vescovi, baroni e popolazioni.
Corrado senza perdersi di coraggio, ridusse tutti gli avversari del regno alla sua obbedienza. Morto improvvisamente, forse avvelenato a Lavello (Melfi), nel 1454 (sic!) , il cadavere di Corrado IV fu trasportato nella cattedrale di Messina, ove durante i funerali, si appiccò fuoco al catafalco, producendo enormi danni in quella Chiesa. Manfredi, sino allora principe di Taranto, e figlio naturale di Federico II, e di Bianca Lancia, assunse il governo del reame, come reggente del suo infelicissimo nipote Corradino, unico figlio di Corrado IV.
  
Passato in Sicilia, dietro sollecitazioni di baroni, prelati e suoi aderenti, Manfredi, giusta l'Antinori a pagina 121, tomo 2 della ripetuta sua opera, fatta spargere la voce che Corradino era mancato ai vivi, fu acclamato re, nella cattedrale di Palermo l'11 agosto 1258. Questo Re, fin dalla vittoria di Foggia, aveva acquistata una grande preponderanza sulle genti del Papa.
Il partito svevo ormai s'imponeva in tutta l'Italia; la stretta amicizia e coalizzazione di Manfredi con il potentissimo marchese Pelavicino, signore di Milano, Piacenza, Ancona, e Brescia, la strepitosa rotta che i fiorentini ebbero dai Sienesi, che aveva resa ghibellina quasi ogni città, non esclusa Roma, benchè governata da Brancaleone Bandolò bolognese, di parte guelfa, ponevano il pontefice Alessandro IV, in tale preoccupazione, da paventare non solo la perdita di territorio della Santa Sede, ma anche la sicurezza della sua persona.
 
Né vi era la speranza di aiuti dai pochi principi italiani, rimasti guelfi, i quali non potevano competere con il re Manfredi. Quindi non avendo forze temporali, nè essendogli riuscito ottenere sostegno da principi esteri, si servì di mezzi spirituali e lanciò scomunica e interdizioni al re svevo, confermate dal suo successore Urbano IV. Questi nel Giovedì Santo del 1263, gli spedì l'ingiunzione di presentarsi personalmente per discolparsi del delitti, di cui l'incolpava (Vedi Denina Rivoluzioni in Italia, vol. 4 pag. 3). Manfredi si era deciso obbedire, ma poi, sentendosi poco sicuro nelle mani di sì temibile avversario, giunto ai confini pontifici, mutò parere e preferi inviare ambasciatori, che nulla poterono concludere. Anzi il Papa, in quella circostanza, lo dichiarò nuovamente scomunicato e nemico.
 
Detto Re, di rimando fece invadere lostato Pontificio, a mezzo di saraceni al comando di Percivalle Doria, il quale giunse nella nostra pianura, reduce dall'assedio di Camerino e proseguì per Rieti e Arrone, con la intenzione di assalire lo stesso Pontefice, allora,residente in Orvieto.
Durante il tragitto, il Percivalle annegò nel fiume Nera e fu sostituito nel comando dal conte Giovanni Mareri del Cicolano, il quale, dopo di aver presi alcuni castelli, dovette ritirarsi di fronte a un esercito guelfo, adunatosi nell'Umbria. Deceduto nell'ottobre del 1264, Urbano IV, gli successe Clemente IV anch'esso, come i suoi due predecessori, francese, il quale ai 10 di luglio 1265, diede ordine ai domenicani e francescani di predicare la crociata contro re Manfredi, che egli descriveva, con i caratteri più neri, per il semplice principe di Taranto usurpatore del regno.
 
Tale Pontefice, invitò a mezzo di un legato, Carlo I, d'Angiò a recarsi in Italia per la conquista del regno delle due Sicilie. Scese Carlo in Italia e ne trovò ostacolata la via dal Marchese Pelavicini, ma dato il tradimento di Buoso de Doara, che era uno del capi ghibellini, potè proseguire la marcia della difficile impresa. Il divin poeta avvalorava il citato inganno, ponendo nell'inferno il de Doara, nel cerchio del traditori
 
Ei piange qui l'argento del Franceschi:
lo vidi, potrai dir, quel da Duera
Là dove i peccatori stanno freschi

Carlo quindi potè giungere in Roma nel maggio 1265, ove gli furono tributati grandi onori dal partito guelfo. Manfredi, che come lo descrive Dante nel verso 107 del Purgatorio: Biondo era e bello e di gentile aspetto, allestì un poderoso esercito, giunse nel nostro territorio e prosegui per Vicovaro, nella vana fiducia gli si arrendesse Tivoli, per marciare su Roma.
  
Essendogli venuta meno tale speranza, tornò sui suoi passi e per Celle e Corvaro, si diresse in Amatrice e da lì per Cascia, Rieti, Celle e per la nostra pianura giunse nuovamente a Vicovaro, ove lasciò un presidio. Tornò a Celle e seguendo le valli di Nerfa e Sora, andò ad accamparsi nel Napolitano, giusta lettera dello stesso Papa al cardinale Ottobono (Vedi l'Antinori a pagina 123 tomo 2°). Carlo, per il momento, trovandosi scarso di forze, non accettò la sfida e provocazione del re svevo e nel frattempo brigava unicamente a sua moglie Beatrice, per ottenere la corona, che poi entrambi ebbero, in S. Pietro il 6 gennaio 1266.
 
Giuntogli il grosso dell'esercito ai venti del predetto mese si diresse verso Ceprano, ritenuta nel medioevo come la porta del regno Napolitano.
L'Alighieri nel 28° canto dell'Inferno, alludendo ai conti di Aquino e ad altri baroni, che ne lasciarono libero il passo, e forse ai successivi tradimenti nella battaglia di Benevento, così disse:

A' Ceperan, là dove fu bugiardo 
ciascun pugliese....

Dopo aver conquistato Rocca d'Arce, S. Germano e Capua, Carlo I si attendò vicino Benevento, ove era stato costretto a ritirarsi Manfredi, del quale non si vollero discutere proposte di pace, e di tregua. Manfredi, quantunque con forze minori, giusta quanto disse il Denina, con la speranza che la stanchezza del francesi lo ponesse alla pari, decise di venire a giornata con i nemici.
Quindi avvenne la tremenda pugna, sorretta con impeto, destrezza, ardore e corraggio d'ambo le parti. Manfredi, tradito da parecchi baroni e paventando di trovare la via di uscita, o meglio di scampo, si intromise nelle file nemiche e volle incontrare la morte da eroe, il 26 febbraio 1266.
 
Il divin poeta racconta che il cadavere di questo Re fu lapidato e posto presso il ponte dell'attiguo torrente sotto la guardia della grave mora, e sembrando poco anche questo fosse successivamente disseppellito e lasciato imputridire all'aperto, fuori del regno, lungo il fiume Verde.
 
Oricolae contrada Carseolana nella storia di Nostra Gente
 
 
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