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Carseoli
Testi a cura del prof. Achille Laurenti  maggiori info autore
Carseoli, chiamata dal Pieralice, nelle Ombre di Ovidio: "Città famosa per feconde spighe", era una delle più potenti metropoli eque e sorgeva nel nostro territorio sopra i suoi incantevoli sei colli. Fu dimora del generale Sisara, che condottiero delle truppe coloniali sicule di Jabin diede il nome al bosco comunale Sesera. Lo storico subiacense A. Lanciotti, nella sua opera I padri della civiltà occidentale, a pag. 107, riporta a cinquantamila i suoi abitanti.
Essa era situata, non come afferma l'Olstenio e il Longini, sulle pendici di Poggio Cinolfo, da cui era separata da una spaziosa pianura e dal fiume Turano, ma nell'attuale contrada Civita, di questo territorio, e specialmente ove sorgono i casali sparsi della borgata omonima, e nell'adiacente bosco Sesera.
  
Il nome della contrada, i ruderi della vetusta cittá, gli avanzi delle mura di cinta, le denominazioni catastali odierne di Porta e Piazza di Civita, ne confermano la vera ubicazione e l'importanza. Ovidio nei suoi Fasti nel libro IV, ci narra che Carseoli, di clima rigido, non era terra atta alla coltivazione degli olivi, ma all'abbondante produzione del grano
 
Frigida Carseoli, nec olivis apta ferendi
Terra, sed ad segetes ingeniosus ager.
 
La sua fondazione si confonde con l'era neozoica e patriarcale noetica, a circa trecento anni dopo il diluvio, cioè a oltre diciotto secoli avanti Cristo.
Giusta la inscrizione millenaria, raccolta dall'archeologo Garrucci, in localitá Nasetta, si trovava al 42o miglio della strada Valeria. Questo importante mezzo di comunicazione fu costruito da Marco Valerio Massimo, censore di homa, nel 448 di Roma, fino a Tibur e successivamente, dopo la soggiogazione degli equi, fino a Cerfennia, passando per Carseoli e Albe.
  
Ebbe una grandiosa condottura di acqua potabile, proveniente dai pressi di Vivaro Romano, con un acquedotto quadrangolare di un metro di lato, i cui avanzi si scorgono a ponente del bosco di Sesera e dentro la stessa selva.
Tale condottura ebbe la denominazione di Muru Portusu, in spiegazione di una muraglia foracchiata, conducente acqua dall'antico latino murus pertusus.
Carseoli fu cinta da tre diverse foggie di mura: la principale profondissima di costruzione ciclopica, rinchiusa tra le altre due, delle quali una formata di grossi blocchi di pietra, senza muratura in calce, e l'altra di tufo. Ebbe anfiteatro, foro, catacombe, tempi e piramidi. Vi fu residente l'imperatore Massimino; vi passarono Ottone I e Ottone II, il quale ultimo vi si costruì un palazzo, in ipso campo di Cedine, ove si trovava in villeggiatura nel 18 luglio 981, attendendo alla raccolta di genti, per i preparativi di guerra contro i greci.
  
Secondo il Pieralice questa località corrisponderebbe alla contrada Campo di questo territorio, ove ne riscontrò qualche rudero. A questa opinione si associa e addentella egregiamente il nome di Aringo, in una contrada attigua, a indicare che vicino al campo o attendamento militare, vi fosse l'aringo, luogo di giostra e di torneo. Gli imperatori Claudio, Agrippina e Nerone vi dimorarono, per lo meno di passaggio, per recarsi ai lavori dell'emissario del Fucino; e lo stesso Pieralice, nei suoi versi sulle Ombre di Ovidio fra le rovine di Carseoli, così si esprime:
 
... un dì brillarono folte
Qui de' magnati le superbe ville
E de' Romani imperatori al guardo
Cara fu Carseoli. Claudio, Agrippina
Nerone e tanti, che a normarli é lunga
Impresa, qui ristettero e entrambi
Gli Ottoni, anch'essi. Offriva soave asilo,
Stazione dovuta a chi da Rorna
Moveva pe' Marsi nel Valerio solco.
 
Nel IV libro del Fasti, Ovidio racconta la leggenda della volpe Carseolana, secondo la quale catturato colá l'indicato animale, in vendetta del pollame divorato, fu da un ragazzo dodicenne involtato di paglia e incendiate. La volpe sentitasi scottare, usci dalle mani del suo carnefice e fuggendo nei vicini campi, appiccò fuoco e distrusse al completo il raccolto del grano, allora pronto per la mietitura. Si vuole che a ricordo del fatto, nel 703 di Roma, avesse origine la istituzione del giochi del cereali, nei quali si facevano correre volpi nel circo, con fiaccole accese nella coda, facendole perire nello stesso modo che vennero distrutte le messi in Carseoli.
  
Annibale, il grande cartaginese, che tanto sgomento causò all'antica Roma, tentò invano di espugnare la ripetuta metropoli, prima di conquistare Vitellia.
Roma, precipuamente a scopo bellico, man mano che veniva allargando le frontiere, inviava colonie nelle regioni conquistate. Qui, nel 454 di Roma, mandò quattromila famiglie, che unite ai pochi superstiti, ripopolarono Carseoli e luoghi limitrofi, specie quelli adibiti per uso militare, tra i quali doveva emergere Oricola, come punto inespugnabile, strategico e per la prerogativa di posto di vedetta. Nel 543, giusta Tito Livio, libro XXVII, tra le dodici cittá che rifiutarono ai romani aiuti di uomini e di danaro, si trova Carseoli, che per tale ricusa, nel 548, fu punita dal Senato. L'Antinori nelle sue Memorie Storiche delle tre provincie degli Abruzzi narra che gli equi, mal soffrendo le colonie inviate, si ribellassero nuovamente nel 546 di Roma, e fossero ancora soggiogati da Caio Giulio Bubulco, creato dittatore per l'occasione.
Avvenuta la deduzione della colonia, Carseoli fece parte della potente Repubblica romana, dalla quale ebbe la costituzione del Municipio, con tutte le inerenti cariche.
  
Come risulta dal II libro di Lucio Florio, detta città fu assediata e devastata nella guerra Marsica, perchè parteggiante per Roma: risorse però, secondo Plinio e Tolomeo, all'epoca imperiale e si mantenne durante le dominazioni longombarda, franca, normanna e in parte sveva. A proposito della guerra sociale, i Marsi e specialmente Pompedio loro capo mal soffrendo di essere obbligati alle fatiche e ai pericoli di guerra, senza essere messi a parte del dominio e dell'onore del romani, eccitarono i popoli vicini alla ribellione.
Non starò qui a riferire le varie e alterne fasi di essa terribile guerra, chiamata, anche italica, per l'alleanza di tanti italiani, e Marsica perchè i principali protagonisti e fautori, ne furono i Marsi dal 91 all'88 avanti Cristo. Solo dirò che i sociali nominarono due consoli e dodici retori ed eressero a capitale della Repubblica, comune di tutti gli italiani, la città di Corfinio, che denominarono Italica. 
  
Fu eletto Console Quinto Pompedio Silone, per i Marsi, e Caio Papirio Mutilo per i Sanniti. Secondo il Marruccini, riportato dall'Antinori, a pagina 88 del 1 Tomo della sua opera sulle Memorie storiche delle tre provincie degli Abruzzi, l'Italia dai sociali veniva divisa in due grandi provincie, l'una nel settentrione governata da Pompedio, che si estendeva a occidente da Oiricoli, poi chiamata Auricula e successivamente Oricola, sino al mare Adriatico, e l'altra situata nella parte più meridionale della penisola. Tale guerra copri il paese di sangue e rovine: secondo Patercolo oltre 300000 perirono in essa; e si ritenne che tale devastazione non si avesse nelle guerre di Annibale e di Pirro e si dubitò se non fosse stata più funesta delle guerre civili. La legge giulia, così chiamata perchè proposta dal console Lucio Giulio Cesare, nei dubbiosi eventi della guerra sociale, pose fine alla micidiale contesa, con la concessione della reclamata cittadinanza ai confederati. Ma, tornando al nostro tema, Carseoli fu devastata dai romani, dai sociali, da Agilulfo re longombardo, dai saraceni, dagli ungari e da Federico Barbarossa, quando inviò il suo generale Cristiano ad assalirne il sobborgo Celle.
  
Da una bolla di Onorio III (Cencio Savelli), però è provato che nel 1217 esistesse ancora con il nome di cittá: Civita quae vocatur Carseolus con massis. La nefanda opera di distruzione fu iniziata da Federico II, nel 1241, e precisamente quando costui scese ai danni di Rieti, come dal codice Vaticano 5994, e completata l'anno successivo, in cui mandò il suo capitano Andrea Cicala a osteggiare la stessa Rieti, i feudi di Tommaso Mareri nel Cicolano, che giungevano sino alla confinante Poggio Cinolfo, e la nostra regione.
Nel registro feudale dell'anno 1279, riportato dall'Antinori, nel tomo II, a pagina 154, della ricordata sua opera, benchè non tassata come gli altri feudi, Carseoli trovasi indicata come città, alle dipendenze di Ruggieri e Tolomeo della Montagna.
  
Tale mancata tassazione, spiega che la città stessa era in rovina per recente distruzione, e che sofferta l'ira di Federico II, venne a risorgere come umile contado tuttora esistente. Nel registro sublacense e nel cartario farfense, spesse volte si notano lascite e conferme di esse, a favore del monastero benedettino di Subiaco, con la indicazione, di Corte di Sala, la quale va intesa per Carseoli e castaldato di Turano. Secondo il Gattula, per corte s'intendeva un monastero di benedettini, i cui monaci in numero di quattro o di sei, s'interessavano oltre alla istruzione del popolo e cura delle anime, di far bonificare e coltivare, da coloni un certo territorio. Qualche scrittore anche di valore, scambia Carseoli, che, negli ultimi tempi della sua esistenza, veniva a chiaMarsi Carsioli, Carsule, Garzoli e anche Carsoli, con l'antica Celle.
Nel catasto di Oricola, tuttora figurano confinati tra loro le contrade Colle S. Giovanni, Prato la Corte e Saletta, che stanno a indicare altra Chiesa e convento di benedettini, di cui si riscontrano i ruderi, nei pressi di Carseoli.
Questa città ebbe contee a sè, con la residenza del feudatari, che in origine erano discendenti dai conti del Marsi. Giusta il Coppi, tale indipendenza della nostra regione, durò anche dopo la distruzione della cittá madre, sino al 6 luglio 1497, nella quale data Federico III di Aragona, univa la baronia di Celle e quella di Civitella Roveto, alla contea di Tagliacozzo, innalzando questa a Stato o Ducato.
  
Ciò nonostante Celle conservò sino alla fine del feudalismo il suo governatorato. Rimangono in Oricola e paesi limitrofi, i cognomi di illustre famiglie romane, quali i Laurenti, i Minati, gli Emili, i Corneli di Silla, gli Ortenzi, i Tarquini, i Belli, i Meuti ed altri.
Illustrarono l'importante città:
1. Cornelio Centurione;
2. Antonio Carseolano, giusta Valerio Massimo, valente cavaliere dila repubblica romana;
3. Claudio Carseolano, che per l'intrepidezza nelle guerre e nelle armi, fu nominato l'audace, a testimonianza della seguente iscrizione trovata sull'Aventino:
"Dian. Avent. Sacrum L. Callidius. L. Fil. Claud. Ferox Carseolanus V. S. L. M.."
4. I quattoviri Trebonio Rufo e Cresidio Basso, risultanti da epigrafe riportate dall'illustre archeologo Garrucci.
 
Oricolae contrada Carseolana nella storia di Nostra Gente
 
 
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