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Gli Equi
Testi a cura del prof. Achille Laurenti  maggiori info autore
Gli equi ebbero le origini da colonie sicule; sono annoverati tra i popoli più antichi d'Italia; ebbero fama di gran gente, giusta li decanta anche Cicerone, e sostennero sanguinose guerre, con i vicini aborigeni, rimanendone sempre vincitori. Senonchè fu loro tolta una buona parte del territorio, allorquando gli indicati aborigeni, si collegarono con i sopravvenuti pelasgi. Gli storici antichi non sono concordi sull'epoca della venuta pelasgica in Italia; il Cliton, seguito dai più, la fissa a 1750 anni avanti Cristo. Giusta Dionisio di Alicarnasso, riportato dall'Antinori, i pelasgi nomadi, erranti e raminghi, con residenza non ferma e definitiva in Grecia, invocarono alla Quercia Dododea l'oracolo di Apollo, il quale rispose con i seguenti versi, che si dissero tratti da Omero e tradotti dal Vittore:
 
Pergite quaerentes Siculos Saturnia in Arva
Illani ab origenum Cotylam, cui natat in undis
Insula: Et his mixti decimam mox mittite Phoebo
Plutoni capita acque horninum dimittite Patri
 
Tali versi, secondo Dionisio, furono scolpiti in una sedia a tre piedi, forata in mezzo, ove salivano a vaticinare le sibille e le sacerdotesse. I pelasgi, udito il responso, partirono per l'Italia, antica Saturnia, e giunti a Cotilia in territorio di Rieti, con palme in mano pregarono umilmente gli aborigeni di compiacersi accoglierli come compagni e fratelli. I Cotiliensi, a loro volta, interpellato il volere di Apollo, nell'accennata isoletta pensile e avuta risposta favorevole, assegnarono loro il territorio intorno al lago, che da Plinio e Varrone, fu ritenuto per l'umbelico d'Italia. Ma la verità, pur volendola condire con tutte le superstizioni di allora, é che gli aborigeni avevano bene accetta quella gente, nella loro giurisdizione, per resistere e porre un argine alle invasioni e guerre con i vicini equi, o equicolani, denominati posteriormente in parte Cicoli, dagli originari sicoli o siculi.
  
I sicoli, siculi o sicani appartenevano a un antichissimo popolo iberico, situato tra il Caucaso e il mar Nero, che passò prima nella Saturnia e poi dall'Etruria alla Sicilia, a cui diede il nome. I pelasgi, a testimonianza di quanto scrissero Varrone e Dionisio di Alicarnasso, dopo aver avuta una dominazione, anche nella nostra regione, di circa duecentosessanta anni, furono cacciati dall'Italia, con aspri e sanguinosi combattimenti, dalla prima impresa d'indipendenza, sorta con la fraterna lega del sabelli, equi, osci, etruschi e umbri. Virgilio racconta che le schiere del popoli d'Italia, nel 1184 avanti Cristo, marciassero contro Enea, sotto la direzione e comando di Ufente, valoroso capitano equo e di Messapo e Marenzo, provetti condotticri etruschi.
Tito Livio, che fu il principe del narratoni latini, poi rocconta categoricamente le lunghe e aspre guerre, combattute dagli equi contro Roma, dai tempi di Tarquinio il Superbo, alla loro completa disfatta.
  
Sarei sempiterno e uscirei dai fini prepostimi, se mi lasciassi trascinare nei racconti minuziosi di quei prodi nostri progenitori: quindi mi limiterò ad accennarne le principali gesta, prendendo di base, come l'illustre cennato storico, l'era ab urbe còndita. Quando nel 260 Coriolano, alla testa di un esercito di equi e di volsci, aveva affamato la città di Roma, saccheggiandone il territorio, non le armi, ma le sole preghiere di sua madre Vetruria e di Volummia sua moglie, lo indussero ad abbandonare l'assedio della trepidante città. Nel 290, il proconsole T. Quinzio fu sollecito a intervenire in sostegno dell'esercito condotto da Fuso Furio, che era stato assediato dagli equi, nei suoi accampamenti. Il proconsole salvò l'esercito romano da distruzione certa, ma, a testimonianza di Valerio Anziate, ebbe la perdita di 5300 uomini.
Nel 295, con le armi, gli equi avevano conquistata Rocca Tuscolana, ove assediati, si arresero per fame e non per forza.
  
Nel 296, Cincinnato riuscì a liberare il console Minuccio, dall'assedio di Gracco Clelio, condottiero e imperatore degli equi. Nel 297, costoro distrussero la guarnigione romana a Corbione, loro città dovuta cedere l'anno innanzi a Cincinnato. Nel 305, ottennero grande vittoria sui romani, presso Algido.
Nel 323, corsero in aiuto del volsci, contro Roma, ma ne rimasero vinti, benchè causassero gravi perdite all'esercito avversario. Nel 337, disfecero l'esercito romano, condotto da Lucio Sergio Fidena e da Marco Papirio Magellano; nel 341, annientarono e fecero a pezzi il presidio romano, rimpossessandosi della loro città Bola e nel 396 invasero Rocca Caventana e ne uccisero la guarnigione. Stretta alleanza con i volsci, combatterono guerre sanguinosissime contro Roma, negli anni 260, 266, 279, 283, 285, 290, 291, 292, 293, 305, 308, 323, 345, 346, e 366; con i sabini negli anni 260, 296, 297, e 304; con i lavicani nel 337 e con i latini, ernici ed etruschi nel 366.
I sanniti, che sostennero contro i romani, con varia fortuna, lotte feroci, furono aiutati dagli equi dal 429 sino alla loro fine.
  
Quindi l'ardimento della confederazione equa, giunse al punto di minacciare di saccheggio e di assedio, sin sotto le mura, la futura dominatrice del mondo,
Senonchè nel 449, dinanzi a un compatto e poderoso esercito, capitanato dai consoli Saverrione e Sobo, gli equi, temendo la sconfitta, notte tempo abbandonavano il campo, con la intenzione di difendere ognuno i propri luoghi.
Grave fu l'errore, perchè se uniti erano stati invincibili e potevano sperare la vittoria sui romani, divisi, ne divennero facile preda. Infatti in soli cinquanta giorni, furono dalle schiere romane espugnate ed oppresse ben quarantuno loro città, tra le quali Oricola. Insorsero gli equi nel 451, per riconquistare la perduta città di Albe, e in Roma destarono grande apprensione, ma creato dittatore Caio Bruto Balbutto, rimasero da questi soprafatti. Nel 452 ripresero le armi contro i romani, ma anche questa volta non sortì buon effetto la loro sollevazione, poichè furono affranti da Marco Valerio e può dirsi che venissero a scomparire dalla storia.
  
La confederazione equa era formata da città indipendenti le une dalle altre. Si conoscono i nomi di cinque loro capitali: Trebe (Trevi), Carseoli, Nersae, Vetellia (Bellegra), e Albe, l'ultima delle quali è controverso negli storici, se fosse equa o marsa. Tito Livio, Strabone e Dion Cassio, portano Albe come cittá equa, mentre Festo, Silio Italico e Tolomeo la dicono marsa. I primi però sono più attendibili, tanto per la prevalente loro autoritá storiografa, quanto perchè i secondi sono più recenti e possono riferirsi a cambiamenti di circoscrizioni posteriormente avvenuti. Infatti, senza questa logica interpretazione, non potrebbe spiegarsi il tentativo degli equi, nel 451, di ricuperare la città di Albe Fucense. Tali capitali erano costituite solo come centri di luconomie (sic!) e come luoghi destinati alla discussione degli affari della speciale repubblica e non con dominio assoluto sulle altre città.
Dagli storici antichi, gli equi venivano rappresentati come espertissimi nell'arte delle guerra, come istitutori delle leggi feciale e sacrata e come quelli che diedero agli altri popoli le nozioni del diritto pubblico.
  
Secondo le norme feciali, in questo popolo, ravvisiamo la sua indole basata sulla equità e giustizia, inquantochè inspirate nel rispetto della vita e della proprietà altrui, nonchè sulla indissolubilità della famiglia e della Patria. Per le disposizioni della legge sacrata il carattere eminentemente bellico della stirpe era statuito sul dovere di difendere la terra natale, con la vittoria o con la morte. Nè può toglierne l'importanza morale, la descrizione che ci viene tramandata dall'Eneide, libro VIII, quando gli equi ci vengono ricordati usì a guadagnare la vita con la caccia e con la rapina. L'espressione al vivere rapto va intesa non come furto, scorreria e saccheggio, tanto comuni in quelle epoche primitive, ma come conquista di guerra. 
  
I confini della regione equa sono controversi negli antichi storiografi, ma il dottor Dornenico Longini, molto assennatamente così li determina: "Presi pertanto come punti certi di separazione alcune delle cittá d'incontrastabile pertinenza Equicola, poste dappresso ai paesi abitati dai Popoli finitimi, quali Cliternio, Algido, Corbione, Bola e Alba Fucente, ed altre cittá a questi ultimi appartenenti, il territorio Equicolo può circoscriversi da una linea che muovendo dal Noria, alla cui falda occidentale trovavasi Cliternia, rasenti le terre sabine, possedute dai Reatini e dai Curensi al di là del monti che fiancheggiano il Turano e via pei dorsi montani, sovrastanti a Nerola e Scandriglia, raggiunga i Colli Tiburtini; da questi corra intorno all'Algido (sovrastante al lago di Nemi), lasciandosi a manca il tratto ove erano Algido, Corbione e Bola, rimpetto a Tuscolo; indi ripiegando pe' monti Prenestini verso Artena (Monte Fortino) e toccando quivi i possedimenti del Volsci e quegli degli Ernici presso Anagni, Capitolo ed Affile, protendasi alle sorgenti di Liri ed indi al Monte Velino, e da questo, per i gioghi della Duchessa e del Castiglione, torni al Noria, per ricongiungersi al punto ove mosse".
  
Al par degli altri popoli, anche gli equi ebbero del re, il primo del quali fu Settimio Modio e il secondo Sertorio Resio, che fu dichiarato istitutore della legge feciale, quando Anco Marzio la fece adottare in Roma. Successivamente, nel 296, ebbero l'imperatore Gracco Clelio, che dopo aver cinto di assedio l'esercito romano, condotto dal console Minucio, fu fatto prigioniero da Cincinnato, accorso in aiuto del predetto console. A testimonianza poi di una epigrafe, rinvenuta nel Cicolano e riportata dal Longini, con il N. 34, in un tempo gli equi erano governati da un medixtuticus, per le cose religiose, civili e militari. Detto supremo magistrato aveva le stesse mansioni che esplicavano il dittatore nel Lazio, l'imperatore nella Sabina e il luconome (sic!) nell'Etruria. Ovidio nei versi, dal 689 al 711 del Fasti, libro IV, ci enumera le occupazioni di questo popolo, quando narra che l'uomo era intento alla coltura del suo terrenuccio con l'aratro, bidente e falce e la donna a racimolare con il rastrello le erbe del prati, a porre in cova le uova, a raccogliere gli erbaggi e i funghi, a riaccendere il fuoco già spento e a tessere la tela.
 
Virgilio poi ci narra che gli equi rozzi, gagliardi e forti, erano soliti a coltivare armati il proprio campicello. Fra le loro armi si annoveravano le frecce di selce e di bronzo, la fionda e lo sparo, che era una specie di chiavellotto (sic!) micidialissimo, somigliante al pilo delle romane legioni. Silio Itatico narra che le armi da loro preferite erano nodosi bastoni, spade con punte corte ed elmi di bronzo con superbe creste. Virgilio, nel IX libro dell'Eneide, descrive gli equi belli nelle armature: Continuo Quercens et pulcher Equicolus armis. Quindi la loro vita poteva racchiudersi nel bimonio (sic!) economia domestica e guerra nella quale ultima ponevano ogni impegno e costanza. Nei concili nazionali come in genere i popoli antichi, d'Italia, si adunavano in un determinato luogo, nell'ambìto del proprio territorio, per discutere gli affari più importanti e specialmente se dovevano o no dichiarare una guerra, per la quale se ne eleggevano i supremi capitani.
  
Detti concilii cessarono, dopo la loro soggiogazione a Roma e li troviamo ripristinati durante la guerra socíale, nella importante Corfinio, presso Pentina nel Sannio, che fu destinata a Capitale, con il cambiamento di nome in quello di Italica. Ebbero corporazioni politico-religiose, tra cui le Augustali di origine romana. A capo degli Augustali, che erano ì ministri del lari di Augusto, vi era un collegio di sei magistrati chiamati Lari. Da qui ebbero origine i giuochi augustali, istituiti da Tiberio, nel 14 dopo Cristo, le cui feste in onore dell'Imperatore, si celebravano dai 5 agli 11 ottobre. I Lari rappresentarono i genii tutelari delle famiglie, costituiti da statuette, che venivano collocate in specie di tempi, chiamati lararium. Gli equi professavano, come quasi tutti i popoli primitivi, la religione monoteistica e conoscevano in origine solo il loro Giano. Con l'immigrazione pelasgica fu introdotto il politeismo e si ebbe un culto speciale per Marte Ultore, giusta l'epigrafe N. 45, rinvenuta in Carseoli e riportata dal Garrucci nel bollettino archeologico napoletano. Si venerarono inoltre Giove, Giunone, Vesta, Diana, Sole, Serapide e Minerva, a testimonianza delle iscrizioni epigrafíche, elencate nell'opera del ripetuto Longini, sulle Memorie Storiche sulla Regione Equicolana.
  
Restano memorie che S. Pietro Apostolo si recasse personalmente in questi luoghi per evangelizzarne gli abitanti. Anzi giusta riferisce il Pierantoni nel suo Diario Sacro del Lazio, a pag. 126, S. Pietro Apostolo, reduce dalla inaugurazione dell'emissario del Fucino, ove aveva accompagnato i cristiani, che presero parte al finto combattimento navale, chiamato naumachia, indetto dall'Imperatore Claudio, fu ospite gradito in Carseoli, e per parecchi giorni, del centurione Cornelio, da lui convertito in Palestina. Sappiamo che gli equi, in Roma, furono tenuti in gran prestigio, ma, avvenuta la fusione con quel popolo, non li troviamo più accennati nella storia. Solo il rinvenimento di monete delle varie epoche, ci dimostra che questa regione fu sempre abitata.
Gli equi vennero dai romani, ripartiti in quattro tribù: Fabia, Aniense, Terentina, e Claudia. La nostra Carseoli e adiacenze, nel 453 di Roma, andò a far parte della tribù Aniense.
  
Ai tempi dell'imperatore Augusto, l'Italia venne divisa in undici regioni e gli equi fecero parte della quarta. Durante l'impero di Adriano, passarono a far parte della tredicesima provincia, mentre andarono a formarne la quattordicesima, all'epoca di Costantino. Ai tempi poi di Onorio, della provincia del Sannio, di cui gli equi facevano parte, si disgregò una zona per costituire la provincia Valeria, la quale fu la tredicesima ed era costituita di equi, sabini, peligni e vestini. Con i continui cambiamenti di circoscrizione, gli equi vennero a confondersi con i popoli vicini ed è perciò che rimane difficile fissarne la primitiva ubicazione: essi andarono a ingrandire le regioni del Lazio, della Sabina e della Marsica.
 
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